Digiuno

La preghiera è riposo per l’anima, mentre il digiuno è acqua che spegne la fiamma delle passioni.

Vi sono in effetti due modi di digiunare, entrambi radicati nella Scrittura e nella Tradizione, e che corrispondono a due bisogni distinti, a due stati dell’uomo. Il primo, lo si può chiamare digiuno totale, perché consiste in un’astinenza totale dal cibo e dalla bevanda. Il secondo, lo si può definire digiuno ascetico, perché consiste soprattutto nell’astinenza da certi cibi e in una sostanziale riduzione del regime alimentare.

Il digiuno totale, per sua stessa natura, è di breve durata ed è abitualmente limitato a una giornata o anche ad una parte di essa. Fin dalle origini del cristianesimo, esso fu compreso come uno stato di preparazione e di attesa: lo stato di concentrazione spirituale su ciò che sta per venire. La fame fisica corrisponde qui all’attesa spirituale del compimento, all’ “apertura” di tutto l’essere umano alla gioia che si avvicina. Perciò, nella tradizione liturgica della Chiesa, troviamo questo digiuno totale come preparazione ultima e conclusiva a una grande festa, a un evento spirituale decisivo. Lo troviamo, per esempio, alla vigilia di Natale e dell’Epifania; ma, soprattutto, è questo il digiuno eucaristico, modo essenziale della nostra preparazione al banchetto messianico, alla tavola di Cristo nel suo Regno.

L’eucarestia è sempre preceduta da questo digiuno totale, che può variare nella sua durata, ma che, per la Chiesa, costituisce una condizione necessaria per accedere alla santa Comunione. Molta gente fraintende questa regola: non vi vede nient’altro che una prescrizione arcaica e si domanda perché mai sia necessario avere lo stomaco vuoto per ricevere il sacramento. Ridotta a una dimensione così fisica, così grossolanamente “fisiologica”, vista come pura disciplina, questa regola perde naturalmente il suo significato. Così, non c’è da meravigliarsi che il cattolicesimo romano, il quale da tempo ha sostituito la concezione spirituale del digiuno con una giuridica e disciplinare (vedi, per esempio, il potere della “dispensa” dal digiuno, come se fosse Dio e non l’uomo ad aver bisogno del digiuno!), abbia praticamente abolito, ai nostri giorni, il digiuno “eucaristico”.

Nel suo vero significato, però, il digiuno totale è la principale espressione di quel ritmo di preparazione e di compimento di cui vive la Chiesa, perché essa è, a un tempo, attesa di Cristo in “questo mondo” e ingresso di questo mondo nel “mondo a venire”. Possiamo aggiungere qui che nella Chiesa primitiva questo digiuno totale aveva un nome preso in prestito dal vocabolario militare: si chiamava “statio” e voleva dire una guarnigione in stato di allarme e di mobilitazione. La Chiesa sta in “guardia“: essa attende lo Sposo, e lo attende nella vigilanza e nella gioia. Così, il digiuno totale non è soltanto un digiuno dei membri della Chiesa; è la Chiesa stessa in quanto digiuno, in quanto attesa di Cristo che viene a lei nell’eucarestia e che verrà nella gloria alla fine dei tempi.

I cristiani di occidente, cattolici e protestanti, qualora fossero posti di fronte a qualcosa “impossibile”, cambierebbero piuttosto la religione stessa, l’ “adatterebbero” alle nuove condizioni, rendendola così “praticabile”. Proprio recentemente, per esempio, abbiamo visto la chiesa di Roma dapprima ridurre il digiuno al minimo e poi disfarsene quasi del tutto. Con giusta  e legittima indignazione, noi denunciamo un tale “adattamento” come un tradimento della tradizione cristiana e una menomazione della fede. E precisamente qui sta la verità e la gloria dell’Ortodossia: nel non “adattarsi” a un livello inferiore e nel non accettare compromessi che renderebbero “facile” il Cristianesimo. E’ la gloria dell’Ortodossia, ma non certo di noi Ortodossi.

(tratto da: Alexander Schmemann, “Quaresima: in cammino verso la Pasqua”, Edizioni Qiqajon)

Nell’Ortodossia digiunano tutti, non solo i monaci, con un fervore e una disciplina che provocano spesso stupore nei Cattolici romani, abituati a vedere lo stesso rigore solo nei più severi ordini religiosi. In generale, si può dire che questo enorme divario di prassi ascetica rifletta due tendenze del tutto differenti di considerare il mondo e il cammino di santificazione: il Cattolicesimo romano si è gradualmente diretto verso un progressivo adattamento a questo mondo e alla sua mentalità (ritenendolo, indubbiamente, una misura di generosità della Chiesa nei confronti dei propri figli); l’Ortodossia, invece, pur consapevole della difficoltà di mantenere severe prescrizioni ascetiche nel presente oceano di mondanità, non si sente autorizzata a sminuire i suoi modelli etici. Questi sono infatti modelli di santità, ai quali i fedeli ortodossi sanno di essere sempre e immancabilmente chiamati.

(Tratto dal documento: <99 differenze tra Ortodossia e Cattolicesimo romano>, della Parrocchia S. Massimo di Torino: www.ortodossiatorino.net/)

Non stupirti, se, dopo aver intrapreso l’impegno del silenzio, non trovi requie dagli impulsi passionali. Il cuore del mondo rimane per del tempo nell’ombra dopo il sorgere del sole; l’odore delle medicine e il profumo d’incenso a lungo restano nell’aria. Quanto più è vero questo con le passioni! Sono come cani abituati a leccare il sangue dentro la macelleria: quando la porta è chiusa stanno fuori abbaiando, finché‚ la forza dell’abitudine non vien meno.

(S. Isacco di Ninive – Filocalìa)

Non parlare con chiunque della religiosità e della vita conforme a verità. Non dico ciò per gelosia, ma perché‚ agli occhi dello stolto appariresti ridicolo. Esiste concordanza tra le cose simili, pochi sono quelli che possono ascoltare tali cose, forse è più giusto dire che sono rari. Meglio è non parlare, Dio non domanda che si parli per giungere alla salvezza.

(S. Antonio Abate – Filocalìa)

Il mangiare e il bere tutto ciò che vien messo davanti, con rendimento di grazie a Dio, non è contrasto con le direttive della conoscenza spirituale; tutto infatti è veramente buono (Gen. 1, 31). Segno di grande discrezione e di avanzamento nella conoscenza spirituale è l’astenersi dal cibo abbondante e raffinato. Quando avremo gustato con ogni facoltà percettiva e con tutta la profondità del cuore la dolcezza di Dio, con naturale spontaneità ci asterremo dai piaceri del mondo esteriore.

(San Diadoco, vescovo di Foticea – Filocalìa)

Il Salvatore incominciò la redenzione col digiuno. Similmente tutti quelli che lo seguono pongono su questo fondamento il principio della loro pugna; il digiuno è l’armatura allestita da Dio. Chi lo trascura non eviterà la sconfitta.

Se Colui che fece la Legge digiunò, chi è sottoposto alla Legge potrà esimersi dal digiunare ? Per questo la stirpe umana non conobbe vittoria prima del digiuno e lo spirito del male non fu mai sopraffatto dalla nostra natura; fu l’arma del digiuno a privare Satana di ogni vigore fin da principio.

Il Signore Gesù fu il condottiero e il primo esempio di questa vittoria, che pose la prima corona di vittoria sopra il capo del genere umano. Lo spirito del male, quando vede che uno di noi possiede tale arma, subito è preso da spavento e ricorda come il Salvatore lo sconfisse nel deserto, e la sua forza si consuma su quest’armatura dataci dal nostro condottiero.

Chi veste l’armatura del digiuno è sempre acceso di zelo. Mediante il digiuno l’uomo rimane saldo, senza tentennamenti di mente, durante l’assalto delle violente passioni.

[S. Isacco di Ninive – Ammaestramenti spirituali. Nell’immagine: “Cristo nel deserto”, Olio su tela di Ivan Nikolaevich Kramskoy (1837, Ostrogoshsk -1887, St. Petersburg) – The Tretyakov Gallery, Mosca ]

Dio non ha bisogno delle nostre preghiere, né ha bisogno del nostro digiuno – siamo noi che abbiamo bisogno di pregare, non per cambiare Dio, ma per cambiare noi stessi. Siamo noi che abbiamo bisogno di digiunare – non per impressionare Dio, ma per imparare a superare i desideri della carne […]
La preghiera e il digiuno sono come l’allenamento fisico per un soldato. Sono esercizi e flessioni spirituali.”

(P. John Whiteford, sacerdote della Chiesa Ortodossa Russa)