Teofane il Recluso

[…] Lo splendore dell’anima, penetrata completamente dalla grazia di Dio – come fa il fuoco con il ferro – è una condizione attraente. Sentendo parlare di questa, tutti sono pronti a infiammarsi del desiderio di raggiungerla. Suppongo che proviate lo stesso impeto. Esso, benché significhi che l’anima è capace di scegliere il meglio, non esprime, tuttavia, tutto ciò che si esige in questa circostanza. Ci si può infiammare e rimanere fermi. Dall’impeto può non venir fuori nulla. No, qui non è necessario solo l’impeto, ma una giudiziosa analisi della questione, la formazione di una decisione, ferma e incrollabile, con la consapevolezza di tutte le fatiche, gli ostacoli, gli inconvenienti che ci attendono, con il coraggioso entusiasmo di opporvisi per tutta la vita.

Volere che la grazia di Dio penetri tutto il nostro essere significa volere il Regno dei Cieli o impegnarsi per la salvezza dell’anima o amare e scegliere l’unica cosa che conti. Diverse denominazioni ed espressioni per indicare la stessa realtà […] A chiunque si chieda: «Vuoi andare in paradiso, nel regno dei cieli?», questi risponderà di cuore: «Lo voglio, lo voglio!». Ma poi basta dirgli: «Allora fa’ così e così», e non alzerà un braccio. Si vuole andare in paradiso, ma faticare per questo non lo si fa sempre volentieri. […]

Affinché il vostro desiderio non sia un fiore sterile, bisogna, all’inizio, portarlo alla decisione, non fugace, ma ferma, riflettuta, forte, ragionata e principalmente irrevocabile, e poi passare all’azione.

(San Teofane il Recluso – Lettera XXIX)

Il paragone che vede nell’Occidente e nell’Oriente i due polmoni del mondo cristiano, che pur nella loro distinzione respirano la stessa aria dello Spirito, proviene dalla stessa Sede romana, ed è frequentemente usato come paradigma di apertura ecumenica. Forse la scelta della metafora biologica sarebbe stata fatta in modo diverso, se si fosse avuto sott’occhio lo stesso paragone fatto nel contesto ortodosso da San Teofane il Recluso nella sua omelia di Pentecoste del 1860. Ne riproduciamo il passo in questione, lasciando ai lettori ogni eventuale commento:

Ciò avviene perché in una parte dell’umanità gli organi della respirazione sono danneggiati, e un’altra pare, una parte ampia, non è neppure esposta all’influenza di questo soffio salutare. Perché la respirazione abbia il suo pieno effetto sul corpo, infatti, è necessario che tutti i condotti dei polmoni siano integri e privi di ostruzioni. Allo stesso modo, perché lo Spirito Divino manifesti il suo pieno effetto, è necessario che siano integri gli organi che Egli stesso ha stabilito per la propria acquisizione; vale a dire, i Divini Misteri e i riti religiosi dovrebbero essere preservati esattamente così come vennero stabiliti dai Santi Apostoli, guidati dallo Spirito di Dio. Laddove questi riti sono danneggiati, il soffio dello Spirito Divino non è pieno; di conseguenza, manca del pieno effetto. In questo modo tutti i misteri papisti [papistov nel testo originale] sono danneggiati, e molti riti religiosi salvifici sono pervertiti. Il Papato ha polmoni incrostati e infetti.

(Tratto da: 99 differenze tra l’Ortodossia e il Cattolicesimo Romano – www.ortodossiatorino.net – Nell’immagine la distribuzione geografica delle religioni: in rosso porpora l’area Ortodossa; in blu quella Cattolico-Romana; in viola quella Protestante; in verde quella Islamica; ecc.)

“La preghiera […] è un barometro spirituale. Il barometro stabilisce quanto l’aria è pesante o leggera e la preghiera mostra quanto si eleva o si abbassa il nostro spirito quando si rivolge a Dio.

Mettetevi più spesso di fronte alle icone nel corso della giornata e ogni volta fate qualche prostrazione semplice e profonda. Mettersi in ginocchio e prostrarsi è ancora meglio. Nessuno vi vede, tranne il Signore. Pregate al mattino e alla sera, come si deve. […]

Non dimenticate, però, che l’essenza della preghiera è ele­vare la mente e il cuore a Dio, poiché Dio è dappertutto. E il profeta ha insegnato alla sua anima: «In ogni luogo del suo dominio benedici, anima mia, il Signore». […] Il cammino per amare Dio è far memoria di lui, immergendosi col pensiero nelle sue qualità e opere divine. Bisogna imparare a far memoria di Dio e il mezzo, come vi ho scritto, è ripetere costantemente nel pensiero la breve preghiera: «Signore, pietà! Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, pietà di me peccatore!». […] Quando sedete, camminate, fate qualcosa o parlate, in ogni occasione e in ogni momento ricordate sempre che il Signore è vicino e invocatelo col cuore: «Signore, pietà!».

Dite che vi distraete coi pensieri. Non si può essere pronti subito; bisogna esercitarsi, finché non ci si abitua a permanere costantemente dentro al cuore di fronte al Signore. […] Appena notate che i vostri pensieri si disperdono, dovete farli tornare indietro, senza permettere mai loro, coscientemente e volontariamente, di errare. È necessario adempiere ciò non solo durante la preghiera, ma sempre. E imponetevi come legge: essere sempre insieme al Signore nel cuore per mezzo della mente, senza permettere ai pensieri di errare e appena si allontanano, farli tornare indietro e costringerli a rimanere a casa, nella stanza del cuore a conversare col Signore dolcissimo. Stabilendo questa legge, impegnatevi a seguirla fedelmente, rimproveratevi ogni trasgressione, imponetevi un’ammenda, pregate il Signore perché vi aiuti in questa opera fondamentale. Se vi applicherete con impegno, presto ce la farete.

Le condizioni del successo sono queste:

1) La continuità di questa opera, cioè la costanza in essa. Quindi non che cominciate e poi smettete: cominciate e smettete e ancora cominciate e vi trascinate finché non vi arride il successo. In ogni caso, il successo dipende dalla costan­za del lavoro.

2) Perché vi sia tale costanza, è necessario armarsi di pazienza, imponendosi a se stessi. Sopraggiunge la pigrizia, il desiderio di lasciarsi andare, perfino il dubbio, per cui, se è necessario, fate così: cacciate tutto questo e costringetevi a quest’opera.

3) Perché questo accada, animatevi di speranza e fiducia che il Signore, vedendo il vostro lavoro nella preghiera e l’impegno con cui cercate di abituarvi ad essa, alla fine vi donerà la preghiera ed essa, radicandosi nel cuore, ne scaturirà fuori. Questo frutto beatissimo ha origine nella fatica della preghiera! Questa ispirazione ha animato tutti gli uomini di preghiera e ricevere questo frutto è stato fonte di una perenne beatitudine, gioia e pace del cuore nel Signore. E il Signore vi doni questo frutto! Ma non ve lo concederà senza fatica, una fatica costante, autocostrittiva, paziente e piena di fiducia. Abbiate coraggio!”

[dalle Lettere di San Teofane il Recluso – Lettera XLV]