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Immaginate che il mondo sia un cerchio, che al centro sia Dio, e che i raggi siano le differenti maniere di vivere degli uomini. Quando coloro che, desiderando avvicinarsi a Dio, camminano verso il centro del cerchio, essi si avvicinano anche gli uni agli altri oltre che verso Dio. Più si avvicinano a Dio, più si avvicinano gli uni agli altri. E più si avvicinano gli uni agli altri, più si avvicinano a Dio.

Doroteo di Gaza – Insegnamenti spirituali – Ed. Città Nuova.

Se si penetra fino al cuore della spiritualità ortodossa, vi si trova anzitutto la sensazione viva dell’irruzione trionfante della vita eterna, della vittoria sulla morte, sull’inferno: è il soffio del messaggio evangelico portato dalla gioia pasquale.

Pavel Nikolaevič Evdokimov (1901 – 1970)

La preghiera è riposo per l’anima, mentre il digiuno è acqua che spegne la fiamma delle passioni.

La preghiera rende libero l’uomo per il fatto che essa volge la sua volontà  e la sua aspirazione verso Dio.

Vi sono in effetti due modi di digiunare, entrambi radicati nella Scrittura e nella Tradizione, e che corrispondono a due bisogni distinti, a due stati dell’uomo. Il primo, lo si può chiamare digiuno totale, perché consiste in un’astinenza totale dal cibo e dalla bevanda. Il secondo, lo si può definire digiuno ascetico, perché consiste soprattutto nell’astinenza da certi cibi e in una sostanziale riduzione del regime alimentare.

Il digiuno totale, per sua stessa natura, è di breve durata ed è abitualmente limitato a una giornata o anche ad una parte di essa. Fin dalle origini del cristianesimo, esso fu compreso come uno stato di preparazione e di attesa: lo stato di concentrazione spirituale su ciò che sta per venire. La fame fisica corrisponde qui all’attesa spirituale del compimento, all’ “apertura” di tutto l’essere umano alla gioia che si avvicina. Perciò, nella tradizione liturgica della Chiesa, troviamo questo digiuno totale come preparazione ultima e conclusiva a una grande festa, a un evento spirituale decisivo. Lo troviamo, per esempio, alla vigilia di Natale e dell’Epifania; ma, soprattutto, è questo il digiuno eucaristico, modo essenziale della nostra preparazione al banchetto messianico, alla tavola di Cristo nel suo Regno.

L’eucarestia è sempre preceduta da questo digiuno totale, che può variare nella sua durata, ma che, per la Chiesa, costituisce una condizione necessaria per accedere alla santa Comunione. Molta gente fraintende questa regola: non vi vede nient’altro che una prescrizione arcaica e si domanda perché mai sia necessario avere lo stomaco vuoto per ricevere il sacramento. Ridotta a una dimensione così fisica, così grossolanamente “fisiologica”, vista come pura disciplina, questa regola perde naturalmente il suo significato. Così, non c’è da meravigliarsi che il cattolicesimo romano, il quale da tempo ha sostituito la concezione spirituale del digiuno con una giuridica e disciplinare (vedi, per esempio, il potere della “dispensa” dal digiuno, come se fosse Dio e non l’uomo ad aver bisogno del digiuno!), abbia praticamente abolito, ai nostri giorni, il digiuno “eucaristico”.

Nel suo vero significato, però, il digiuno totale è la principale espressione di quel ritmo di preparazione e di compimento di cui vive la Chiesa, perché essa è, a un tempo, attesa di Cristo in “questo mondo” e ingresso di questo mondo nel “mondo a venire”. Possiamo aggiungere qui che nella Chiesa primitiva questo digiuno totale aveva un nome preso in prestito dal vocabolario militare: si chiamava “statio” e voleva dire una guarnigione in stato di allarme e di mobilitazione. La Chiesa sta in “guardia“: essa attende lo Sposo, e lo attende nella vigilanza e nella gioia. Così, il digiuno totale non è soltanto un digiuno dei membri della Chiesa; è la Chiesa stessa in quanto digiuno, in quanto attesa di Cristo che viene a lei nell’eucarestia e che verrà nella gloria alla fine dei tempi.

I cristiani di occidente, cattolici e protestanti, qualora fossero posti di fronte a qualcosa “impossibile”, cambierebbero piuttosto la religione stessa, l’ “adatterebbero” alle nuove condizioni, rendendola così “praticabile”. Proprio recentemente, per esempio, abbiamo visto la chiesa di Roma dapprima ridurre il digiuno al minimo e poi disfarsene quasi del tutto. Con giusta  e legittima indignazione, noi denunciamo un tale “adattamento” come un tradimento della tradizione cristiana e una menomazione della fede. E precisamente qui sta la verità e la gloria dell’Ortodossia: nel non “adattarsi” a un livello inferiore e nel non accettare compromessi che renderebbero “facile” il Cristianesimo. E’ la gloria dell’Ortodossia, ma non certo di noi Ortodossi.

(tratto da: Alexander Schmemann, “Quaresima: in cammino verso la Pasqua”, Edizioni Qiqajon)

Il cristianesimo è, in un senso molto profondo, la fine di tutte le religioni. Nel racconto evangelico della donna samaritana al pozzo, Gesù lo disse chiaramente. «Signore, gli chiese la donna, vedo che sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio su questo monte; e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù rispose: «Donna, credimi, è giunta l’ora in cui né su questo monte, né a Gerusalemme, adorerete il Padre… Ma è giunta l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e in verità: perché così il Padre vuole essere adorato» (Gv 4,19-21.23).

La donna pose una domanda riguardo al culto, e in risposta Gesù cambiò l’intera prospettiva della questione. In nessun punto del Nuovo Testamento, infatti, il cristianesimo è presentato come un culto o una religione. La religione è necessaria là dove c’è un muro di separazione tra Dio e l’uomo. Ma Cristo, che è insieme Dio e uomo, ha abbattuto il muro tra l’uomo e Dio. Egli ha inaugurato una nuova vita, non una nuova religione.

Fu questa libertà della Chiesa primitiva dalla “religione” nel senso usuale, tradizionale di questa parola, che spinse i pagani ad accusare i cristiani di ateismo. I cristiani non avevano alcuna preoccupazione per una geografia sacra, non avevano templi, non avevano un culto che potesse essere riconosciuto come tale dalle generazioni che erano state allevate nelle solennità dei culti misterici. Non c’era alcuno specifico interesse religioso per i luoghi dove Gesù aveva vissuto. Non c’erano pellegrinaggi. La vecchia religione aveva i suoi mille luoghi sacri e i suoi templi: per i cristiani tutto questo era passato e sepolto… Il fatto che Cristo viene ed è presente era molto più significativo dei luoghi dove egli era stato.

La realtà storica di Cristo era naturalmente il fondamento indiscusso della primitiva fede cristiana: e tuttavia essi non tanto lo ricordavano, quanto sapevano che egli era con loro. E in lui era la fine della “religione”, perché egli stesso era la risposta ad ogni religione, ad ogni umana fame di Dio, perché in lui la vita che era stata perduta dall’uomo, e che poteva soltanto essere simboleggiata, significata, ricercata nella religione, era restituita all’uomo.

(Tratto da: Alexander Schmemann, “Il mondo come sacramento”, Queriniana, Brescia 1969, p. 18-19)

Di tre cose si compiace l’anima mia, ed esse sono gradite al Signore e agli uomini: concordia di fratelli, amicizia tra vicini, moglie e marito che vivono in piena armonia.

Siracide (25, 1)

(…) In eterno, Signore, la tua parola permane nel cielo. Di generazione in generazione la tua verità; hai fondato la terra ed essa permane. Per tuo comando permane il giorno, perché l’universo è tuo servo. Se la tua legge non fosse la mia meditazione, allora, nella mia umiliazione, sarei perduto. Non dimenticherò in eterno i tuoi decreti, perché per essi mi hai fatto vivere. (…)

Salmo 118

Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni. Gente infedele! Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio?

Lettera di Giacomo (4, 1-4)

Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia. Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi. Avvicinatevi a Dio ed Egli si avvicinerà a voi. Peccatori, purificate le vostre mani; uomini dall’animo indeciso, santificate i vostri cuori. Riconoscete la vostra miseria, fate lutto e piangete; le vostre risa si cambino in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed Egli vi esalterà.

Lettera di Giacomo (4, 5-10)